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lunedì, 07 luglio 2008

Le Fate in Italia
in:fate in italia
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Numerosissime sono le località dedicate alle Fate - ricche dunque di leggende associate al luogo stesso - come valli, monti, grotte, buche, massi, boschi, pozzi, torrenti, cascate, laghi e altri luoghi legati alle acque.
Secondo una leggenda raccontata dai montanari di Catenaia di Casentino, in un punto alto della montagna detto il Cardetto, si trova una grotta nella quale si ritiene abitino le Fate. Una di esse si innamorò un giorno di un giovane contadino che lavorava la terra in una campo vicino, il quale non rimase insensibile al fascino della bella creatura, ricambiandone appassionatamente i sentimenti; ma per un crudele incantesimo la Fata diveniva una splendida fanciulla per soli tre giorni e per altri tre un grosso serpente. Così quando il ragazzo scavava il solco con l'aiuto dei buoi, lei vi strisciava all'interno, per restargli vicino. Accadde dopo un po' di tempo che il giovane dovette allontanarsi per qualche giorno, per cui incaricò fratello di continuare i lavori, raccomandandogli di non temere, soprattutto, non molestare l'innocuo serpente che ormai per abitudine seguiva la terra scavata dietro l'aratro. Inizialmente il fratello lasciò che il serpente lo seguisse tranquillamente, ma l'ultimo giorno il rettile si accorse che non aveva davanti a se l'innamorato bensì un'altra persona, e sdegnato alzò la testa e spalancò le fauci minacciosamente nei confronti dell'agricoltore, il quale, spaventato, reagì colpendo violentemente l'animale, che fuggì e scomparve... Quando il fratello ritornò e fu informato dell'accaduto, cercò invano disperatamente per molto tempo di far tornare l'amata fata, chiamandola e implorandola senza pace, ma lei non apparve mai più. Allora lui, con il cuore spezzato, decise di rimanerle fedele per tutta la vita, e volle infine che la morte lo cogliesse nel sonno, davanti alla grotta dove l'aveva conosciuta, per ritrovarla e amarla ancora e per sempre nel cielo delle Fate...

Si narra inoltre che anche il lago di Subiolo, in Valstagna, sia un luogo abitato da Fate e da altri spiriti che nottetempo si manifestano con lamenti, grida e sibili inquietanti; pare tra l'altro che lo stesso nome del lago derivi da questi strani rumori, simili al suono dello zufolo, detto in dialetto locale subio. Il seguente è uno dei racconti più interessanti raccolti nella zona: un giovane falegname ritornava una sera sul tardi alla sua casa vicina al ponte Subiolo, dopo aver fatto visita alla fidanzata, quando si sentì ripetutamente chiamare per nome... Con sgomento si accorse allora alla luce dei raggi lunari che un gruppo di Fate danzava sulle acque del lago! "Vieni con noi - gli dicevano - tu non hai mai provato la felicità che ti offriamo, vieni a danzare con noi finché splende la luna..."" No, no - rispose il giovane terrorizzato - laggiù c'è l'acqua e se scendo annegherò."" Hai paura? - Gli chiesero le Fate ridendo - allora guarda, l'acqua è sparita vieni!" Infatti anche i sassolini del fondo erano asciutti e i massi rivestiti di muschio porgevano il soffice divano alle Fate. "No, no! "- ripetè il giovane, ma come soggiogato non poteva staccarsi dal parapetto del ponte - "Non vuoi? - le Fate ripresero - ebbene perché tu abbia a ricordarti di noi, t'offriamo una grazia: chiedi! "Ed egli tremante domandò: "Che io possa con le mie mani eseguire qualunque lavoro d'intaglio." "Concessa - si sentì rispondere - ma non sarai mai ricco!" Alla mente del falegname balenò forse l'idea di opere grandiose, l'artista ebbe forse la sua prima visione. Intanto l'acqua tornava ad uscire impetuosa e spumeggiante da laghetto, stormivano per il vento le fronde dei faggi e la montagna proiettava l'ombra sua immobile, poiché la luna era calata dietro la cima. Le Fate erano sparite. Da quel giorno il giovane falegname realizzò opere in legno meravigliose e di rara bellezza per tutte le chiese del paese e di altri villaggi vicini, ma morì povero come era vissuto e come gli avevano predetto le Fate...

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Anche in Val d'Aosta è presente una Dama Bianca, una bella ed amabile Fata benefica che appare con lunghe vesti bianche nei prati, sulle alture, ai margini dei boschi. In particolare, protegge gli abitanti di Issime e se proprio non le è possibile evitare sventure o disgrazie, cerca di avvisare pastori e paesani con lamenti e grida acuti e prolungati. Altre dame bianche sono segnalate sul Monte Bianco, sul Monte Rosa e in varie altre località delle Alpi. E a proposito di Alpi, non possiamo dimenticare che secondo una poetica leggenda biellese le magnifiche stelle alpine, che ostentano la loro fragile grazia sull'orlo di insidiosi crepacci, ebbero origine dalle lacrime di una Fata innamoratasi di un mortale.
Per rimanere in zona, riportiamo un brano sulle leggende di Piedicavallo, del poeta e scrittore Nino Belli:"Se voi interrogate con insistenza qualche vecchietto, o meglio ancora qualche vecchiarella, vi racconteranno del gran ballo delle Fate, delle loro corse vertiginose sui fianchi delle montagne, dei loro idilli coi pastori. Vi diranno della loro sovrumana bellezza, com'è ornata la loro fronte alabastrina di edelweiss, avvolte in candidi veli di trina che accentuano le loro forme delicate, bianche come la neve, e come corrano nelle placide notti stellate di balza in balza sopra un carro rilucente tirato da aquile superbe. Vi racconteranno della magnificenza delle loro dimore..."
Nella medesima località del biellese si narra che in una di queste sontuose dimore rilucenti d'oro, cristalli e gemme, situata sulla più alta cima di un monte, per essere più d'appresso all'azzurro sorriso del cielo, abita la regina delle Fate con la sua magica e leggiadra corte. Infine in Val di Susa, stando a quanto riporta M. Savi Lopez nel suo magnifico volume Leggende delle Alpi, esisterebbero - fenomeno unico in Italia - gli equivalenti maschili delle Fate, chiamati Arfai: sono spiriti benefici che abitano le acque della Dora e aiutano le fanciulle a fare il bucato, gentili, timidi, ma allo stesso tempo benefici.
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Tornando ai luoghi i cui nomi appaiono frequentemente legati alle Fate, troviamo un'altura nei pressi di Roccacasale, negli Abruzzi, chiamata appunto Colle delle Fate, poiché la gente assicura siano state viste uscire le Fate da due pozzi presenti all'interno delle mura dell'antica fortezza di cui sono ancora visibili i resti nella zona.
In Val d'Aosta, nella Piana di Varrayes, dopo aver piovuto in pieno giorno, si manifesta nei pressi della bòrna de la Fàye (la buca della Fata), una bellissima signora...
A Muzzano, esiste inoltre un luogo chiamato Roccia delle Fate, in cui si ritiene esista un tesoro sorvegliato da un magico serpente: quest'oro incantato viene definito dialettalmente L'oro dell'Elf, probabilmente per il torrente Elvo che vi scorre vicino, il cui nome tradirebbe un evidente riferimento agli Elfi (da notare che in inglese Elfo si traduce in Elf, che al plurale diventa Elves).
In provincia di Teramo, nella gola tra le montagne di Campli e di Civitella, esiste un enorme macigno che sbarra l'ingresso di una grotta contenente un favoloso tesoro composto da tre mucchi di monete di rame, d'oro e d'argento. Si dice che in fondo alla grotta sieda una Fata, intenta a tessere in continuazione, mentre un monaco in piedi veglia silenziosamente il tesoro...
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A Palermo si ricorda un cortile, chiamato "cortiggiu di li sette fati", nel quale avvenivano cose meravigliose: ogni notte infatti vi apparivano sette stupende Fate che rapivano temporaneamente una persona, alla quale facevano vedere e provare luoghi ed emozioni straordinari, come gli oceani più profondi, o i cieli più lontani, per poi coinvolgerla in danze, canti e feste da mille e una notte. All'alba riportavano il fortunato mortale nel luogo in cui era stato prelevato, dopodiché scomparivano nel nulla.
I vecchi dell'isola di Pantelleria raccontano dell'esistenza di esseri dotati di poteri magici, che loro chiamano " 'nfate", che si divertono, al pari dei Folletti ad intrecciare i capelli delle ragazze e le code dei cavalli; chiunque tentasse, privo di adeguati scongiuri, di sciogliere gli intrecci fatati, cadrebbe vittima di un incantesimo fatale.
In Sardegna sorgeva invece sul monte Oc, l'incantato palazzo delle Fate, abitato da dame alate, eteree e bellissime, vestite di veli bianchi, verdi e azzurri, che periodicamente si recavano in volo nei paesi per scegliere una persona e portarla nella loro dimora magica; a questa veniva poi mostrata la stanza dei tesori, piena di monete d'oro, perle, gioielli e pietre preziose, dalla quale poteva portare via tutto ciò che voleva. Naturalmente la maggior parte dei prescelti cercava di riempirsi ogni tasca e di arraffare il più possibile di quell'immenso tesoro, ma immancabilmente il giorno dopo, a casa, trovava tutto quanto irrimediabilmente trasformato in carbone; invece chi riusciva a resistere alla tentazione dell'oro e a chiedere la sapienza, o di restare nel palazzo assieme alle Fate, veniva donata la vera ricchezza e una lunga vita saggia e felice.
In Toscana, a Soraggio, le Fate risultano specializzate, come molte loro colleghe italiane ed europee, nel fare il bucato sulle rive del fiume, dove poi stendono accuratamente i panni ad asciugare al sole, ma solo durante l'estate; in inverno infatti si ritirano nelle tane degli orsi o nelle grotte dette Buche delle Fate (il territorio ne comprende almeno tre), a tessere e filare. Quanto a distrazioni amano riunirsi nelle magiche notti di luna piena assieme ad altre colleghe a Pratofiorito, uno dei prati più belli del mondo, a 1.300 m. sopra Bagni di Lucca, per scatenarsi in feste e danze gioiose.
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Per concludere, aggiungiamo che le Fate non risultano sempre e soltanto legate a zone particolarmente suggestive e misteriose della natura, o ad antichi castelli e rovine, ma anche a semplici abitazioni. Una consolidata tradizione, nota soprattutto nelle regioni del sud, ci conferma infatti che ogni casa possiede una propria Fata, la quale ama manifestarsi in vario modo, proteggendo o aiutando la famiglia perfino con interventi ultraterreni. Questa italica Fata della dimora appare periodicamente in occasione di avvenimenti di rilievo o per salutare coloro che credono o confidano nei suoi benefici poteri, ma si allontana o scompare per sempre quando all'interno della casa si verificano fatti di sangue o di grave violenza.IS_Trennlinie06silber[1]

Le notizie sono state tratte dal libro "Iniziazione alla magia delle Fate", Edizioni Rebis Viareggio.

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made by StregaCorvina

lunedì, 14 aprile 2008


in:
at:11:37

Come petali di rosa ormai appassiti, raccolgo i miei anni in uno scrigno fatato li amalgamo con le lacrime passate, i sorrisi regalati e le parole mai dette...un pizzico di brio e la felicità ke ho nel cuore oggi come oggi qb bastano per gli ingredienti della mia vita ....oggi posso dire COMPLETA...vivo l'amore che è in me prima che la vita mi rubi l'ultimo respiro!

Buon Compleanno A Me


Un ricordo di helan | commenti (3)

made by StregaCorvina

giovedì, 28 febbraio 2008


in:eccomi
at:22:45

Buonasera, eccomi di nuovo a scrivere nel mio dolce posto fatato...

Cari Amici lo so.. manco da troppo tempo, il mio giardino incantato è stato trascurato e con esso gran parte delle amicizie nate proprio qui..prometto sempre di essere più presente ma la routine mi porta via...

Voglio fare però dei ringraziamenti a chi nonostante tutto mi viene a trovare ...

Ringrazio in primis Cosentino Nico , il mio primo amico bloggher, scrittore di gran "classe"

In secondis Fatadellanotte x i complimenti...presto passerò ad ammirare il tuo mondo fantastico

Infine alla commentatrice anonima di nome Giorgia, grazie x i complimenti, dato che non hai un login ti ringrazio via post  ricordandoti che puoi venirti a rifugiare tutte le volte che vuoi nel mio piccolo mondo fatato

Per ora è tutto...amici miei ma tornerò presto con una nuova storia e se nei vostri blog vedrete tracce di polvere di stelle è la vostra fatina Helan che vista pensando ...

Un bacio!40pz91t


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made by StregaCorvina

domenica, 25 novembre 2007

l'incontro
in:lincontro
at:17:26

L'incontro

Lei era lì, ferma, in ascolto. Passeggiava tra gli alberi coi piedi nudi, nell’erba. Era già sera, la luce del crepuscolo presto avrebbe lasciato spazio al buio ristoratore e profondo nel quale le stelle possono risplendere della loro bellezza struggente. La brezza carezzava le foglie che stormivano piano. C’era un’aria di attesa, e lei rimaneva lì, in silenzio, gli occhi chiusi. Qualcosa dentro di sé la portava a chiudere gli occhi, nonostante la bellezza della collina. Spesso chiudeva gli occhi per escludere il mondo.
Si sentiva stanca del mondo, molto spesso.
Fin da piccola chiudeva gli occhi per chiuderlo fuori, quel mondo chiassoso, fuori da sé, per non permettere alla sua violenza di entrare e farle male. Troppo spesso il mondo degli uomini era duro, brutale e tanto, troppo rumoroso. Un mondo confuso, caotico e violento negli atti compiuti quanto nelle emozioni che procurava, un mondo che sembrava offrire solo vincoli e compromessi.
La opprimeva, quel mondo, spesso lo sentiva nel petto bruciante come qualcosa che tentava di ghermirle il respiro e portarglielo via. Allora lei cercava di tornare alla Natura di cui si sentiva parte, a quella vita “vera” che, se comprende la morte, è sempre per vedere rifiorire la vita. Per questo si era ritirata sulla collina quella sera, e aspettava, chiusa e protetta nel buio del suo silenzio.
Aspettava qualcosa, che cosa non lo sapeva di preciso nemmeno lei, era solo una sensazione molto forte che si portava dentro da tempo…quella di dover prima o poi incontrare…chissà... Si scosse e riprese a camminare, piano. Era lì in piedi, vestita dello stesso colore della sua pelle, chiara e diafana da sembrare azzurrina, come la luce della Luna che stava salendo, tonda, piena, confortante. Quante volte aveva pensato alle creature dei miti e delle fiabe, agli abitanti di un regno fatato…sarebbero dovuti esistere, pensava, e si sarebbero dovuti incontrare prima o poi, di notte, nei luoghi in cui la Natura tanto amata era ancora vergine, o quasi…

Un fruscio, alle sue spalle.
Si voltò appena, e lo vide. Era lì, immobile, dietro di lei. Ebbe un tuffo al cuore, per un attimo le sembrò che il sangue le scivolasse via, ma si riebbe immediatamente tanto l’aria era calma e rassicurante. Solo, si disse, allora è vero…allora…esistono…
Seminascosto dall’ombra del fogliame, lui la osservava immobile come l’aria della sera inoltrata. Solo il viso spiccava sotto la luce della Luna. Un viso senza età, dai decisi tratti maschili come scolpiti in una carne ombrosa. I lineamenti evocavano qualcosa di antico, arcaico, e insieme oltre il tempo. La fronte spaziosa e l’attaccatura dei capelli, che ai lati si orientavano verso l’alto, forgiavano impressioni di mitiche piccole corna. Gli occhi di lei scesero e indugiarono un attimo, sorpresi, sui piedi della creatura, i piedi più arcuati e sospesi che avesse mai visto, evocanti lo slancio elegante, leggero e possente delle capre di montagna.
Un fauno.

Lei chiuse gli occhi.
Un fauno, si disse ancora. Una creatura mediterranea che apparteneva al mito, al passato, al segreto regno degli antichi dei della Terra. Un’eco quasi umana e addolcita del dio Pan dai piedi caprini, l’antico protettore e custode della Natura e della sacralità dei riti d’amore.
Il brivido che l’attraversò dalla testa ai piedi la riscosse. Aprì gli occhi. Lui era sempre lì, come una statua, e la guardava con un’intensità a lei finora sconosciuta.
Lei ebbe paura. Si sentiva attratta.
Il fauno la attirava, come la Terra attrae i corpi, come il Cielo aveva sempre attratto la sua anima. Il fauno era una creatura insieme celeste e terrena, evocava in lei risonanze arcane, sconosciute, misteriose.
Adesso l’aria era densa, come il silenzio tra loro. Un silenzio carico di elettricità.
Il fauno era lì, per lei.
Lei non si mosse, sentiva solo crescere in sé un’onda che le cambiava il respiro.

Odorava di sottobosco, di terra fertile e d’acqua di mare, il fauno, mentre si protendeva verso di lei rapido e le cingeva la vita. Lei si irrigidì. Poi percepì un calore che la scioglieva. Era forte e dolce, delicato e potente insieme, il fauno. Aveva qualcosa di selvatico e nello stesso tempo profondamente saggio, e non era aggressivo, né invasivo: era semplicemente lì, con lei, presente. Il senso del pericolo la abbandonò, e così pure il timore di essere violata.
Lei richiuse gli occhi, come se fosse troppo quel che vedeva, o forse quel che sentiva e provava. Si rifugiava dentro ancora una volta, nei luoghi conosciuti della sua anima, nelle sensazioni rassicuranti e nei ricordi che la facevano sentire protetta.
Il calore che emanava dal corpo del fauno la riscosse. Ogni volta che lei pareva andarsene chiudendo gli occhi, lui la richiamava e l’attirava a sé col suo tocco caldo e avvolgente riportandola a se stessa, al presente, il suo presente.

Adesso lo sguardo del fauno era così intenso, vicino e penetrante che le riusciva difficile sottrarvisi. Il magnetismo di quello sguardo la affascinava, la spingeva ad andare oltre se stessa, o forse oltre ciò che lei conosceva di sé… la portava inesorabilmente verso di lui, o meglio verso ciò che egli rappresentava.

Era la Vita, il Presente, l’Amore senza memoria.
Lo sguardo del fauno, nei cui occhi si vedeva riflessa come in uno specchio terso, la chiamava, perentorio. Sembrava dirle “guarda, resta, apri gli occhi, non lasciarti portare via”… Il cuore di lei sembrava volesse scoppiare. E si sforzò di tenere gli occhi, ora aperti, nei suoi. Da sguardo a sguardo, da cuore a cuore sembrava dirle il fauno, senza più fuggire, senza nascondersi, richiudersi o proteggersi, senza lasciar spazio a ricordi altri che non fossero il presente, “quel” presente magico in cui si consumava un rito antico di trasmissione di conoscenza. Era un dono troppo grande per potervisi sottrarre. Un altro mondo.
La presenza del fauno evocava una forza possente e dirompente come il vento, come il mare. L’impeto e la dolcezza potente e liquida di quel mare la pervadevano in ogni ricettacolo del suo essere. Il calore, l’intensità del fauno era avvolgente e penetrante come il profumo del bosco all’alba, appena piovuto. E toccava in lei corde fino allora sconosciute.

Finalmente lei sostenne lo sguardo. E sentì finalmente lo sguardo del fauno penetrarle ovunque, nell’anima. Le barriere del cuore si infransero e dissolsero. Erano Uno.
Un solo respiro, un solo pulsare, un solo sentire oltre la vita, oltre il mistero, oltre il tempo.
Dagli occhi del fauno ai suoi occhi, dall’essenza del fauno alla sua essenza… Scaturiva ora in lei la conoscenza di segreti antichi e arcani misteri appartenenti alla Vita e alla Natura stessa, a quell’Amore che mai si consuma e sempre vede la vita nascere e morire per nascere di nuovo, nel nome della Conoscenza.
Tra loro non vi era più distanza, o differenza. Vibravano insieme, all’unisono.
Allora tutto iniziò a vorticarle intorno, e le sembrò di venire risucchiata via da tutto ciò che di sé e del mondo credeva di sapere e di conoscere prima, prima di quel momento rivelatore in cui la Verità le appariva senza più veli. Tenne gli occhi negli occhi del fauno, sapendo che quello sguardo era il solo ponte che ancorava alla realtà, la Realtà Trascendente che appartiene allo spirito immortale oltre qualsiasi veste, oltre ogni scenario nel quale recitare una singola piccola vita.
Quello sguardo era il varco, la Soglia tra l’umano e il Divino.
Le parve di morire, e si lasciò morire, pronta, spalancando gli occhi senza più resistere.

Poi lui la lasciò.
Dolcemente, lentamente come il mare che si ritira dalla spiaggia, il fauno la lasciò senza abbandonarla. Indietreggiava, il fauno, ritirandosi nel bosco folto, senza distogliere il suo sguardo dagli occhi di lei. Rimase una piccola luce brillante per qualche istante tra le foglie, il riflesso della Luna ormai alta negli occhi accesi del fauno. E anche quel riflesso svanì. Era sola.
Forse non l’avrebbe più rivisto, o forse l’avrebbe incontrato ancora, nel bosco. Nella realtà sarebbero stati sempre insieme, in un presente eterno. Il fauno non sarebbe stato un ricordo, bensì una memoria impressa indelebilmente nella sua anima, nella sua coscienza immortale. La magia di quell’incontro non avrebbe mai avuto fine, sarebbe stata sempre, oltre il tempo e lo spazio immanenti, dentro lei.

Ora sentiva uno spazio enorme, sconfinato e sublime, in se stessa. Nel suo petto, là dove prima erano le barriere del cuore, adesso c’era solo vuoto, un vuoto accogliente, caldo e leggero, uno spazio immenso fatto di libertà e di possibilità infinite, tanto ampio da respirarci dentro il Cielo e la Terra. Si sentì inondare dal calore, dalla gioia, da un’euforia mai provata. Qualcosa che prima sembrava bruciarle nel petto ora brillava e scaldava dentro di lei come una piccola stella.
Il mondo non l’avrebbe oppressa mai più. Poteva permettersi di aprire gli occhi, ora, e avrebbe visto e guardato con gli occhi del cuore.

È la forza ultima e prima…
È la Soglia…

Il primo impatto è sconvolgente
Perché è grandioso e può impaurire…
Poi si entra e tutto ciò che appare è straordinariamente limpido e quieto…
È la Conoscenza che ti circonda e ti avvolge…
E poi ti ritrovi di fronte a te stesso scoperto
E sprofondi nei tuoi occhi
E ti perdi e ti ritrovi…
E all’inizio l’angoscia di chi non sa che l’unica grandezza è l’Amore
E non lo vede…
E poi l’estasi di chi accetta il mistero più semplice e più complesso…
Davanti a te c’è l’Infinito
E tu sei infinito…
E ancora avanti, fino a un’altra vita,
Fino a un altro grembo che è l’Universo
Dove tu rinasci e muori ogni istante
Senza tempo
Perché vivere è morire
E morire è crescere

Muori a te stesso ed entrerai nel Tutto…



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made by StregaCorvina

giovedì, 11 ottobre 2007

Il cuore di cristallo
in:il cuore di cristallo
at:20:02

bimba leggeC'erano una volta due sorelline che vivevano in una valle incantata. La valle era protetta da altissime montagne che d'inverno si rivestivano di neve soffice e candida, e in primavera, al disgelo, cantava di freschi ruscelli che si rincorrevano limpidi e spumosi lungo i pendii.
Le due sorelline abitavano in una piccola baita nel bosco, ai piedi della montagna più alta, quella che - si diceva - aveva il Cuore di Cristallo, e trascorrevano la maggior parte del loro tempo in mezzo alla Natura, ascoltandone i suoni per i quali avevano una forte passione e cantando e danzando con essa. Una delle due sorelle sembrava poter vedere quello che agli occhi umani non era concesso, cioè quelle creature che popolano il bosco e i luoghi in cui la Natura è incontaminata, quegli esseri sottili ed impalpabili che la tradizione definisce "fate", "gnomi", "folletti"...il cosiddetto "Piccolo Popolo degli Spiriti della Natura", e spesso danzava con loro. L'altra sembrava che avesse il dono di ascoltarne le voci, e con loro intrecciava canti, incantandoli con la sua stessa voce e con i suoni che scaturivano da tutto ciò che toccava.

peak

Tutto sembrava sereno, nella valle, tutto sembrava scorrere in perfetta armonia. Ma un giorno giunse loro notizia che strane cose stavano accadendo. Le montagne non sembravano più così accoglienti, la valle intristiva e con essa i suoi abitanti. La Terra sbottava di soprassalto più spesso di quanto facesse un tempo...Forse la Natura manifestava i segni di quanto da tempo subiva dagli uomini...
Sembrava che la Terra volesse dire qualcosa - o, forse, chiedere.
Nei sogni delle due sorelline sempre più spesso la Montagna Alta, quella dal Cuore di Cristallo, compariva. Sembrava chiedere loro di mettersi in viaggio fino alle sue cime e da lì entrare nelle sue viscere, fino a raggiungere il centro del suo cuore cristallino.
Fu così che un giorno le due sorelline si misero in viaggio, un po' incerte perché non sapevano cosa fare, una volta arrivate là.
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Sul cammino incontrarono uno strano individuo, un anziano dalla lunga barba bianca e dallo sguardo penetrante e azzurro come il cielo terso d'inverno.
"Dove state andando?"
"La valle sta soffrendo, e la Montagna Alta ci chiama fino al suo Cuore di Cristallo, ma neanche noi sappiamo perché, né cosa dovremo fare là, una volta raggiuntolo."
"Benedette bambine!...Il Cuore della Montagna, un tempo puro e immacolato, ora è offuscato dal dolore che gli uomini, col loro agire incosciente, hanno inflitto alla Terra. La Terra soffre e la Montagna con essa...".
L'anziano, serio, proseguì:
"Dovete sapere che il Cuore di Cristallo della Montagna raccoglieva e incanalava le energie purissime del Cielo inviandole al centro della Terra e, viceversa, convogliava le forze della Terra verso il Cielo, creando un Ponte Sacro essenziale alla vita e all'equilibrio della valle e di tutto il pianeta.
Chi ha creato questo mondo fa scendere le benedizioni dal Cielo sulla Terra attraverso ponti come questo, e se il cristallo è offuscato il Ponte è interrotto...
Per ridare gioia alla valle e ai suoi abitanti bisogna ripristinare il ponte, bisogna far tornare puro e immacolato il Cuore della Montagna, e per far questo bisogna farla cantare. Il canto del
Cristallo scioglierà tutto il dolore e il cuore della montagna tornerà a risplendere puro, riportando luce nel cuore della Terra e pace agli abitanti della valle."
"Ma come potremo far cantare la Montagna?" chiesero allora le bambine.
"Dovete fare in modo che il suo Cuore di Cristallo canti con voi."
"Ma cosa dovremo cantare, per far sì che la montagna canti con noi?"
"Dovrete cantare il Nome segreto di Chi ha creato ogni cosa e che risuona incessantemente, da sempre, nel cuore di ogni uomo.

Le due sorelle si guardarono, ciascuna sperando che l'altra avesse capito, e quando volsero lo sguardo sul saggio per farsi meglio spiegare, egli era già sparito.

Si rimisero in cammino ancor più confuse, incuranti del freddo e pensose. Erano presso la cima quando si accorsero di non esser sole, bensì circondate da creature vitree, sottili, che si confondevano con le nevi e coi ghiacci. Erano gli Spiriti a guardia della Montagna, pronti a mostrare loro il passaggio, altrimenti inaccessibile, per giungere al Cuore di Cristallo della Montagna stessa.
Le due sorelle si inoltrarono nel tunnel buio, scorgendo appena il percorso che veniva loro illuminato dal pulsare di quello che pareva il cuore di questi esseri non certo umani, un cuore silenzioso come loro e come la Montagna.
Finalmente giunsero al centro del Cuore della Montagna, e uno spettacolo meraviglioso apparve ai loro occhi.
Una fenditura dall'alto lasciava passare un raggio di luce che si rifrangeva e moltiplicava se stesso sulle infinite sfaccettature di innumerevoli concrezioni cristalline...aee711cd5749514376d3ff3ebd929d31il Cuore della Montagna era veramente di Cristallo, di tanti cristalli stupendi che ne rivestivano le cavità silenziose, pulsanti di luce ormai debole, offuscata, che lasciava immaginare quel che l'uomo aveva inflitto alla Terra.

Gli Spiriti della Montagna si erano radunati silenziosi attorno alle due sorelle, in attesa. Il loro cuore luminoso pulsava col debole cuore della Montagna, che sembrava potersi spegnere da un momento all'altro, per sempre.

Le due sorelle si guardarono, anche loro in silenzio. In loro echeggiavano le parole dell'uomo incontrato sulla strada:
"...per far cantare la Montagna, bisogna cantare il Nome segreto di Chi ha creato ogni cosa, un Nome che risuona incessantemente nel cuore dell'uomo... di ogni uomo...senza distinzione...."

...il Nome segreto racchiuso nel cuore di ogni uomo...un suono!...qui tutto è silenzio... un suono che sia un canto... il suono del suo battito, il suono del battito del cuore dell'uomo farà cantare la montagna!

Le due sorelle si presero le mani e le appoggiarono sul loro cuore, e cercarono di dargli voce, per far sì che tramite la loro voce arrivasse al cristallo per farlo vibrare... e il cristallo cantò, e cantò, e cantò di un canto sublime, e il dolore si sciolse e con esso l'oscurità. Man mano che si levava il canto, dal Cuore di Cristallo della Montagna la luce sembrava inondare le viscere della Terra, e in men che non si dica tutta la valle risuonava di quel canto, che si propagava da montagna a montagna. Agli occhi e alle orecchie delle due sorelline sembrava un miracolo, e danzarono di gioia, mentre continuavano a cantare quel suono che ciascuno, ignaro, custodisce nel cuore e che faceva vibrare la montagna. Forse gli uomini avrebbero continuato a devastare la Terra, forse il Cuore della Montagna avrebbe sofferto ancora e ancora una volta si sarebbe offuscato, interrompendo quel flusso di luce che dal Cielo giunge alla Terra....
Loro avrebbero comunque cantato e fatto cantare la Montagna, e avrebbero insegnato quel canto ad altri, per riportare la serenità e la purezza del cristallo in ogni cuore, sempre.21fantasy-21


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made by StregaCorvina

martedì, 14 agosto 2007


in:per nn dimenticare
at:19:44

"Non dimenticarmi
Io esisto non solo nei tuoi sogni
Non abbandonarmi
La speranza ti porterà da me"


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giovedì, 26 luglio 2007


in:fate
at:14:10

Fate,rivelazione
che con il vento danzate,
e nell'ignoto
restate,
vi chiedo di svelarmi il vostro volto.
In dono vi porto onore e rispetto.
Non chiedo ne oro ne argento,
ma di mostrarvi a me,
anche per un solo momento...



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mercoledì, 11 luglio 2007


in:la fata scura
at:23:07

Le Fate, si sa, sono esseri impalpabili e sensibili che vivono di preferenza nei boschi e ovunque vi sia vegetazione di cui prendersi cura, poiché una tra le loro funzioni è quella di seguire tutti i delicati processi di generazione e rigenerazione di piante, fiori e alberi. Le Fate amano molto condividere le loro danze e i loro giochi con altri Spiriti della Natura che abitano la Terra e gli altri Elementi, e in generale sono attratte da tutto ciò che è piacevole e leggero, compresi i pensieri, mentre rifuggono le atmosfere cupe e tristi che le appesantiscono togliendo loro luce e vitalità.

 Queste Fate che presiedono alla vegetazione nascono generalmente nelle notti di Luna Piena: quando un raggio di Luna incontra una goccia di rugiada, si forma come una nuvoletta di vapore opalescente che si addensa fino a diventare una sorta di minuscolo batuffolo, un bozzolo soffice e luminoso fatto dei sogni più belli, dal qualecon il primo raggio di Sole emerge una nuova Fata circondata dal suo alone luminoso.

Una notte nel Bosco, proprio mentre la Luna nutriva coi suoi raggi il candido bozzolo nel quale si stava formando una Fatina vegliata dagli altri Spiriti della Natura, passò una enorme nube nera che oscurò completamente l'astro e la sua luce. Non era una nube qualunque, fatta di pioggia, lampi e tempesta. Era una nube terribile che, passando sulle città degli uomini, si era saturata di rabbia, gas e frenesia, di rancore e rumori assordanti, di tutte le emozioni più dense e pesanti, di tutti i pensieri violenti. In due parole, puro veleno. Al passaggio della nube davanti alla Luna, immediatamente il
bozzolo iniziò a sussultare e a contrarsi, e la sua luce cominciò ad affievolirsi. Invano Fate, Elfi, Gnomi e Folletti si prodigarono intorno all'embrione di Fata: una cosa simile non era mai accaduta, e nessuno sapeva cosa fare. Non restava che attendere l'alba.
L'alba venne, e col primo raggio di Sole l'involucro, ormai simile a un grumo di ragnatela rinsecchita, si ruppe. Tutti trattennero il fiato, e alla vista della creatura che faticosamente uscì dal bozzolo non riuscirono a trattenere un gemito di orrore: era un essere informe e inquietante, senza contorni definiti, una Fata scura, densa e stropicciata come non se n'erano mai viste prima, dal viso e dal corpo segnati da solchi ancor più scuri che la rendevano simile ad un frutto avvizzito. Ammutoliti dallo stupore e dal timore, le creature del Bosco indietreggiarono svelte di un buon passo, allontanandosi dall'ultima nata. Questa percepì il freddo e la distanza, e divenne ancor più informe e rinsecchita.
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"E' proprio brutta, con quelle rughe!" mormorò una Fata Azzurrina, e sul volto della Fata Scura comparvero immediatamente altri solchi.
"E' cosi scura e densa!" fece eco un'altra Fata, e Scura divenne ancor più scura e densa, e si accigliò.
"Sembra così goffa e contorta per essere una Fata..." disse uno Gnomo, e Scura si sentì rattrappire le gambe già malferme, e finì carponi a terra. Era appena venuta al mondo e non capiva cosa le stesse accadendo, ma di certo non era piacevole.
"E questo è niente! Guardate: senza luce com'è, le piante appassiranno al suo tocco!" gridò una Fata Verde, allarmando tutta la comunità del Bosco.
"E i semi non germoglieranno!" terminò un'altra. Scura, disorientata, si guardava intorno mentre il suo sguardo si faceva sempre più torvo e, chissà perché, appannato.

 

"Una Fata con questo aspetto non può che essere malvagia o portare sfortuna..." sussurrò uno Gnomo, sottovoce sì, ma non abbastanza: Scura si voltò dalla sua parte proprio mentre una grossa ghianda si staccava dalla quercia sovrastante e colpiva lo Gnomo dritto sulla testa... A quel punto fu
un parapiglia generale: mentre alcuni Gnomi soccorrevano l'incauto sfortunato, Fate e Folletti si abbandonavano ad animati commenti: "Allora è vero che porta sfortuna!" faceva uno. "E' lei stessa una sfortuna per la nostra comunità!" diceva un altro, e così via.

Scura sentiva dolore dappertutto mentre il corpo si raggrinziva ancora, e un dolore al petto che si faceva sempre più acuto; il suo corpo si accartocciava e il suo sguardo diventava sempre più annebbiato, fino a che un liquido salato prese a scorrerle dagli occhi lungo il viso. Poi qualcosa in lei si ruppe, e con un urlo che raggelò i presenti fece un balzo e si trascinò barcollando nel folto del Bosco.
Mentre passava accanto ai ruscello, l'istinto le suggerì di specchiarvisi per vedere cosa spaventava tanto chi l'aveva accolta, ma le Ondine stesse, alla sua vista, indietreggiarono, così che l'acqua si ritirò. Era davvero troppo per la piccola Fata Scura che, con un grugnito insieme sdegnoso e rassegnato, sparì rifugiandosi in quell'angolo scuro del Bosco dove il Sole non batteva mai.

Un Elfo dal cuore sensibile aveva assistito pensieroso alla sequela di avvenimenti che avevano gettato il Bosco nel panico, panico che, come ben si sa, non si addice molto agli Spiriti fatati. Gli Elfi, creature che amano la compagnia delle Fate, sono fortunatamente molto rapidi nel captare l'essenza degli eventi e a formulare soluzioni. L'Elfo aveva notato che la piccola Fata Scura era peggiorata a vista d'occhio dopo la sua nascita, come se avesse dato corpo ai timori e alle previsioni dei suoi compagni sconcertati. E certamente era stato l'influsso di quella nube a causare quello strano fenomeno. L'Elfo si mise allora alla ricerca della Fata, certo di poter rimediare alla situazione, e la scovò raggomitolata nel freddo e buio angolo del Bosco dove crescevano solo i funghi velenosi.
L'Elfo non aveva paura di Scura perché aveva il cuore leggero come l'Aria e l'Aria non si può ferire,
quindi le sì avvicinò e cominciò a soffiarle intono piccoli vortici leggeri come lui, cercando di solleticarla per farla almeno sorridere. Ma Scura non ne voleva sapere, e con uno "sgrunt" sì girò dall'altra parte. Allora l'Elfo volò a raccogliere dal fiore più vicino una goccia di nettare dolcissimo e lo offrì alla Fata intrufolandosi tra le foglie marce che la celavano. Scura si irritò ancor di più e, per scacciare l'intruso, cercò di colpirlo, ritrovandosi tutta impiastricciata di nettare che, suo malgrado, così assaggiò. Tutta quella dolcezza sembrò placare il suo tormento, e finalmente Scura si addormentò.
Intanto l'Elfo aveva riunito l'assemblea, esponendo un piano che aveva convinto tutti gli Spiriti della Natura abitanti nel Bosco. Tutti quanti, dispiaciuti per essersi lasciati travolgere dalle loro paure e per aver abbandonato a se stesso un membro della comunità del Bosco in difficoltà, si misero all'opera cercando di aiutare quella piccola Fata Scura che forse essi stessi, inconsapevolmente, avevano contribuito a far diventare un mostro.

Fate, Gnomi, Elf e Folletti lavorarono tutto il giorno per sfoltire la vegetazione che, nel luogo in cui Scura si era rifugiata, ostacolava il passaggio ella luce. Verso il tramonto, trasportarono nei luogo in cui Scura giaceva una gran quantità di profumati petali di fiori dei più bei colori, e senza svegliare la piccola, li sostituirono alle foglie marce che la nascondevano alla vista. Poi la vegliarono tutta la notte e, mentre la luce della Luna che filtrava tra i rami e le foglie la accarezzava dolcemente, cantarono per lei. Sei una Fata bellissima..." intonava un Elfo; "...luminosa e leggera..." proseguiva una Fata; "...Sei sensibile e flessuosa..." cantava qualcuno, "...gentile ed elegante..." concludeva qualcun altro, e così in coro, per tutta la notte, gli Spiriti fatati del Bosco tesserono gli elogi di quella piccola Fata, inviandole dal profondo del cuore parole e pensieri accoglienti, pieni d'amore e di tenerezza. Giunse l'alba, e la Fatina si svegliò con uno strano solletico nel petto. Il dolore era un ricordo lontano, forse un brutto sogno. Qualcosa in lei era mutato, e nello stiracchiarsi del risveglio percepiva il corpo trasformato, leggero. Le Salamandre dei primi raggi di Sole la riscaldarono, mentre timida faceva capolino tra bellissimi colori che non aveva mai visto. Agli occhi della
comunità del Bosco, che aveva vegliato tutta la notte, apparve una bellissima Fatina Lilla e Rosa, luminosa, titubante e stupita almeno quanto loro di un tale miracolo di trasformazione, operato dal potere dell'amore e della fiducia trasmessi da tutti quei cuori riuniti insieme.

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Un ricordo di helan | commenti (5)

made by StregaCorvina

mercoledì, 13 giugno 2007


in:neruda
at:20:58

Mi piaci quando taci perchè sei come assente,

e mi ascolti da lontano, e la mia voce non ti tocca.

Sembra che si siano dileguati i tuoi occhi

e che un bacio ti abbia chiuso la bocca.

Siccome ogni cosa è piena della mia anima

tu emergi dalle cose, piena dell'anima mia.

Farfalla di sogno, assomigli alla mia anima,

e assomigli alla parola malinconia.

Mi piaci quando taci e sei come distante.

Sembri lamentarti, farfalla che tuba.

E mi ascolti da lontano e la mia voce non ti giunge:

lascia che io taccia con il silenzio tuo.

Lascia che ti parli anche con il tuo silenzio

chiaro come una lampada, semplice come un anello.

Sei come la notte, silenziosa e stellata.

Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice.

Mi piaci quando taci perchè sei come assente.

Distante e dolorosa come se fossi morta.

Poi basta una parola, un sorriso.

E sono felice, felice che non sia vero.

[Pablo Neruda]155


Un ricordo di helan | commenti (9)

made by StregaCorvina

domenica, 03 giugno 2007


in:filosofia di vita
at:13:49

Mai cedere,

ingannare,

rubare o bere...

 ma se devi cedere cedi tra le braccia della persona che ami,

 se devi ingannare inganna la morte,

se devi rubare ruba il tempo che vuoi per te

 e se devi bere inebriati dei momenti che ti tolgono il respiro...

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Un ricordo di helan | commenti (10)

made by StregaCorvina

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una favola meravigliosa che narra di una povera orfanella che non aveva né famiglia né qualcuno che le volesse bene. Un giorno, sentendosi particolarmente triste e sola, si mise a camminare per i boschi e vide una bellissima farfalla imprigionata in un rovo. Più la farfalla si dibatteva per conquistare la libertà e più le spine si conficcavano nel suo fragile corpo. La giovane orfanella con delicatezza riuscì a liberarla. Invece di volare via, la farfalla si tramutò in una bellissima fata. La ragazzina si sfregò gli occhi perchè pensava di aver avuto una allucinazione. " Per ricompensarti della tua straordinaria bontà", disse la fatina buona, "esaudirò qualunque tuo desiderio". La ragazzina si fermò un attimo a riflettere, poi disse: "Voglio essere felice!". La fata rispose: "Molto bene". Si chinò su di lei e le sussurrò qualcosa in un orecchio. Poi svanì. La ragazzina, divenuta ormai grande, appariva felice come nessun altro sulla terra. Tutti le chiedevano il segreto della sua felicità. Ma lei si limitava a sorridere e rispondeva: "il segreto della mia felicità consiste nell'aver dato ascolto ad una fatina buona quando ero piccola". Poi divenne vecchia e quando fu in punto di morte i vicini le si fecero attorno, temendo che il segreto della felicità svanisse con lei. "Per piacere", la pregarono, "rivelaci ciò che ti ha detto la fatina buona". La cortese vecchietta sorrise ed esclamò: "Mi disse che tutti, per quanto sicuri di sé, e non importa se giovani o vecchi, ricchi o poveri, hanno bisogno di me".


.Joa. .Joa. .Joa.






..."Se lo guardi non te ne accorgi: di quanto rumore faccia. Ma nel buio... Siamo qui, nell'oscurità, sospesi tra la poesia delle lucciole e il fuoco divampante delle stelle. È a loro che ci aggrappiamo quando sognamo qualcosa. Ne cade una, e i nostri desideri si avverano"...S.Tamaro

.Joa. .Joa. .Joa.

Faires Legend


Il termine FATA deriva dall'antico "faunoe o fatuoe ", che significa creatura selvatica , abitante nel mondo naturale, ma anche dal latino " fatum ", cioè destino.Sono esseri soprannaturali dotati di un potere magico, possono cambiare aspetto e farlo cambiare agli altri esseri. Sono una delle più popolari figure dell'immaginario fiabbesco che ce le rende donne bellissime, talvolta perfide, piccole o di statura normale, con colori molto particolari: verde, viola, blu.
Esistono vari tipi:

Le Fate dell'acqua
rappresentano un elemento di rigenerazione e purificazione, e come l'acqua molti miti le vedono protagoniste dell'origrn della vita e della Terra. Le fate dell'acqua sono delle giovani fanciulle che vivono tra le acque dei fiumi e delle sorgenti, in limpidi laghi e nelle profondità dei mari donando gioia agli umani che sentendole cantare vengono ammaliati partecipando alle loro danze.

Le Fate della Terra
rappresentano la forza e la natura, esse si trovano fra le rocce e le caverne o nei meandri della Terra. Il loro compito è quello di sorvegliare il terreno e di mantenerne integra la struttura. sono solite regalare agli umani tesori e pietre preziose. Sono le più amate fra coloro che vivono in montagna, e sono particolarmente benevole. Dove vivono le fate della Terra vi è sempre abbondanza, prosperità ed allegria, in quanto la loro presenza allontana la sfortuna. Le Fate della Terra si mostrano abbastanza a chi vuole vederle, o ricompensano con doni quando viene offerto loro qualcosa.

Le Fate dell'Aria
sono le più complete di tutte le altre in quanto in esse si trovano i quattro elementi principali, ossia: le ali, simbolo dell'aria, le gambe simbolo della Terra, lo scintillio del fuoco e la fluidità dell'acqua. Sono rappresentate come delle creature alate che possono apparire come splendide farfalle, tutte quelle appartenenti a questo genere hanno le ali e hanno i compiti più svariati, infatti possono produrre la più leggera delle brezze al più violento degli uragani.

Le Fate del Fuoco
Il fuoco è un elemento naturale che viene associato a fenomeni fatati. E' facile vederle danzare, vestite di blu e di verde tra le fiammelle, ma è molto difficile entrare in contatto con loro. Le fate dimorano tra le fiamme de un fuoco o tra le scintille dei lampi.

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